Diario di bordo
Quinta settimana
10 dicembre - Port Elisabeth. Bequia (Isole Grenadine)
13° 00' nord 61° 14'ovest
Una domenica di pioggia tropicale non scoraggia la barca dei folli: già di prima mattina la ciurma e' adunata in coperta armata di creme abbronzanti e asciugamani. Per placare i morsi della fame era stato preparato anche un pentolone di pasta fredda. Unico a rimanere a bordo di Margaux e' il nostro lupo di mare Bepi.
Si sbarca con gommoncino, che fa molto ricconi in vacanza ma almeno ci sottrae alla tariffe esose dei taxi marini di Bequia (i quali peraltro non fanno che esercitare un loro sacrosanto diritto: spennare i milionari in barca a vela, ma non sanno che noi siamo solo la barca dei folli). Come ogni sbarco che si rispetti, anche il nostro registra le sue vittime. Roberto piange la morte - così dovrebbe essere a meno di un miracolo - del suo telefonino e della macchina fotografica digitale tragicamente cadute in acqua al momento di scendere la perfido gommoncino (si vede anche da questi piccoli dettagli che la nostra e' una barca di proletari un po' picchiatelli, i ricconi sbarcano dal tender con leggiadra sicurezza). Superato il trauma, la truppa si gode un'intera spiaggia di sabbia bianca e palme tutta per se.
Ovvio - penserete voi - chi altri sarebbe tanto pazzo da andare al mare sotto una pioggia a tratti battente. Il bilancio della giornata e' comunque positivo: Pier per poco non impara a nuotare, Chiara nella foga dei giochi d'acqua beve un paio di litri di Atlantico che riporterà come souvenir, il primario viene messo a mollo dai suoi pazienti, la pasta fredda fa il suo figurone.
Unico elemento di preoccupazione e' vedere Dabs e Chiara realizzare una donna nuda in sabbia, trasformata poi in uomo. Tranquilli, non accade nulla di sconveniente, ma sono segni di lontananza che fidanzate e morosi dall'altra parte dell'oceano dovrebbero cogliere.
9 dicembre - Port Elisabeth. Bequia (Isole Grenadine)
13° 00’ nord, 61° 14’ ovest
Di primo mattino l'equipaggio e’ gia’ tutto in coperta. In silenzio guarda l'isola. Vista dal mare, la terra è qualcosa di diverso. Mostra, come dire, il suo volto materno: è una dimensione che non percepisci appieno finché non l'abbandoni per lungo tempo come fanno solo marinai, astronauti e carcerati. La terra è una cosa meravigliosa, eppure l'uomo la brutalizza senza pietà. Persino in questo lontanissimo angolo di mondo qualcuno è riuscito a costruire qualche orrida costruzione in cemento. Ma, almeno qui, la natura è ancora più forte e rimargina le sue ferite con palme e cascate di bouganville e fiori di ibisco.
Tra i nostri vicini di ancora c'è uno splendido veliero a tre alberi d'epoca, più avanti si intravedono i due alberi in legno del Friendship Rose, un vecchio schooner che una volta faceva il servizio postale tra le isole: rilevato da David Bowie è stato poi regalato dal cantante ai giovani dell'isola perchè ne facessero un'opportunità di lavoro.
Dopo aver trascorso un'ora buona in contemplazione, è finalmente ora di scendere a terra. Con un potente fischio da prua, Bepi convoca una barca di pescatori locali. Il barchino è piccolo, ma il caribe al timone sfodera un sorriso rassicurante: "No problem man, I take you all...". I “folli” non se lo fanno dire due volte: Davide, che in queste settimane per tutti è diventato Davidino, per poco non salta in braccio al pescatore. In una manciata di secondi il barchino è carico all'inverosimile: "Sembra una scena dallo sbarco in Normandia" mormora qualcuno. Nel breve tragitto verso il pontile di legno, Chiara riesce ad ordinare al pescatore un'imprecisata fornitura di aragoste fresche. L'approdo è in stile trionfal-kitch, tanto da catturare lo sguardo divertito di alcuni rasta che oziano sotto le palme: la ciurma canta "Quel mazzolin di fiori" (motivetto affinato in tante nostalgiche serate oceaniche) mentre Bepi lancia i suoi jodel tirolesi.
I primi a scendere sono Davidino e Roberto che si abbracciano come due ragazzini: "Non ricordavo più quanto fosse bella la terra, un semplice metro quadro di spiaggia su cui saltare, camminare, correre..." dice Roberto. Pier dichiara solennemente che gli sembra di essere tornato in Sardegna. Anita corre a respirare il profumo da un'aiuola di fiori mentre la ciurma si incammina lungo l'unica strada di Port Elisabeth. "Questo posto è uno strano incrocio tra il Far West e non so che..." dice Renzo, il nostro primario di bordo. L'equipaggio di Margaux sembra una gita scolastica al Paese delle meraviglie. Tutto appare straordinario, miracoloso: bibite fresche, ristoranti che promettono ogni leccornia, il profumo del pane fresco, il caos del villaggio. Viene voglia di abbracciare i vecchi che oziano al porto o le donne con i bimbi sulle spalle per dir loro: “Ehi ragazzi, siamo arrivati, siamo noi della barca dei folli, ce l'abbiamo fatta. Anche i matti possono fare cose straordinarie…”. E i Caraibi - o almeno questo dimenticato angolo delle Antille, approdo esclusivo di miliardari e di vagabondi dei mari - sono il genere di posto dove la gente ti abbraccerebbe volontieri chiamandoti fratello. Non a caso qui non si vendono magliette griffate ma t-shirts con la scritta: "work less, sail fast".
C’e’ un luogo piu’ di ogni altro a Bequia che la barca dei folli non dimentichera’ mai: il mercato della frutta. Per dei naviganti in crisi di astinenza da vitamine, quello è davvero un luogo di perdizione. Dabs e mamma Anita invece di contrattare alla morte il prezzo, osservano in mistica contemplazione il rasta che riempie due sacchi di manghi, ananas, frutti della passione e banana. Alla fine il simpatico caribe caccia un conto da 50 euro pagati senza batter ciglio: troppa e’ la brama di gettarsi sui frutti della passione.
La mattinata finisce sotto un albero secolare, in riva a quell’oceano che per settimane e’ stato rifugio e prigione, a divorare frutta. Il momento non ha nulla di solenne, ma e’ speciale: “Il fatto che il nostro equipaggio sia arrivato fin qui, con una barca a vela attraversando un oceano – dice De Stefani - dimosta che anche persone con disagio mentale sono, proprio come tutti, portatori di grandi abilita’, passioni, capacita’, sogni. Non dimentichiamolo mai”.
8 dicembre
13° 15’ nord, 60° 00‘ ovest (punto nave delle 15 Gmt)
“Terra! Terra!” E' Roberto ad urlare la parola magica che in questi 18 giorni di navigazione la barca dei folli ha tanto sognato. A bordo di Margaux mai sveglia è tanto rapida: in un attimo l'intera ciurma è sul ponte. Le facce sono ancora assonnate, sbattute da un'altra notte in cui l'oceano ha fatto ballare l’equipaggio come fosse su una giostra. Nascosta tra le nuvole, lontana, quasi indistinguibile appare una lingua scura. E' lei, è l'America. I ragazzi si abbracciano: è fatta, abbiamo solcato l'oceano, la barca dei folli è arrivata nel Nuovo mondo.
Ci pensa Vodafone a rompere l’incanto del momento. "In Giamaica potete ascoltare la segreteria telefonia componendo il numero...." recita un solerte sms. Porca miseria, che il navigatore satellitare e il nostro comandante Dabs abbiano sbagliato rotta portando Margaux nella patria della musica reggae, dei rasta e delle canne libere? La prospettiva, dopo settimane di privazioni, non appare poi così tragica. Ma il Gps non sbaglia mai: quelle spiagge di palme che si perdono nelle brume dell'alba non sono la terra di Bob Marley, ma neppure la nostra terra promessa: "Quella è l'isola di Barbados", taglia corto Dabs "a noi mancano ancora 80 miglia di navigazione prima di atterrare a Bequia, nelle Grenadine". La notizia comunque non smorza gli entusiasmi: per i lupi di mare della barca dei folli dopo quasi 7.000 chilometri di mare, una tempesta, lo scontro con una balena, 80 miglia sono un gioco da ragazzi. E infatti Margaux si lascia alle spalle Barbados continuando la sua rotta verso Ovest, spinta da un aliseo di 25 nodi, quasi che anche il vento avesse fretta di arrivare
Avvistare Barbados ha comunque dato ai “folli” due granitiche certezze. Primo: dopo settimane di orizzonti blu senza fine in un mondo dove anche i pensieri si perdono, la terra promessa è ormai vicina. Secondo: dopo essere rimasti assenti dalla civiltà per quasi tre settimane, il telefono cellulare resta il dominatore incontrastato delle nostre vite. Pochi istanti dopo aver avvistato terra, l'intero equipaggio sembra un'orchestra di pianisti impazziti: tutti a digitare numeri e messaggi sui loro portatili. "Elena, amore mio…" mormorava Roberto che da settimane bramava di salutare la sua compagna. Intanto Chiara fa programmi col suo fidanzato (“Domenica pomeriggio vedi di farti trovare a casa…”, intima) mentre Pier si scioglie in una telefonata alla mamma. Bepi chiama la sua adorata Carla, ma l'espressione beata lascia subito spazio alla preoccupazione: purtroppo Carla si è fatta male cadendo in bicicletta (per lei un augurio speciale dalle Antille).
“Terra! Terra!”
Otto ore dopo tocca a Dabs avvistare, nelle ultime luci della sera, il vulcano di Saint Vincent, la maggiore delle isole Grenadine. Ben presto la notte tropicale, nera come la pece fino a quando non sorge la luna, inghiott Marguaux e il suo equipaggio. La barca corre comunque sicura verso alcune deboli luci che si intravedono all'orizzonte: sono i primi segni visibili di Port Elisabeth, una manciata di case in stile caraibico che si affaccia su una splendida baia di sabbia e palme.
Appena la barca gira sotto vento, d'incanto l'oceano si placa diventando mansueto come un lago alpino. Margaux scivola lentamente lungo l'ansa di Admiralty Bay. La luce metallica della luna rende appena visibili le altre barche a vela ormeggiate in rada. Alle 22 e 10 ora locale, le 3 e 10 in Italia, la barca dei folli conclude la sua tappa oceanica calando l'ancora nelle acque di Bequia, nelle Antille, dopo aver percorso 2.600 miglia marine da Tenerife nelle Canarie: un equipaggio di utenti, genitori e operatori del Servizio di salute mentale di Trento, con l'aiuto dell'associazione Base Italia, ha dunque coronato il sogno di ogni grande velista. Il suono metallico della catena che scorre a prua sembra proprio confermare che l'oceano ormai e’ alle spalle. "Siamo quasi fermi, non sembra neanche vero di tornare in un mondo immobile" mormorava Anita. Poco dopo la ciurma di Margaux crolla in un sonno profondo, il primo senza turni di guardia, un riposo che neppure i colpi di vento e i violenti scrosci di pioggia della notte possono turbare.
7 dicembre - Vicini alla meta
13° 58’ nord, 56° 53’ ovest
Sorry, oggi proprio non ci va di scrivere. Il dolce far nulla tipicamente caraibico ci contagia da lontano. Per dovere di cronaca bisogna però annotare sul diario di bordo una spettacolare performance musical-canora della barca dei folli che in collegamento con Caterpillar ha sfoderato una versione marinara di “Quel mazzolin di fiori”, accompagnata al basso da Pier, da far impallidire il coro della Sat.
6 dicembre - Vicini alla meta
14° 40' Nord 53° 56' Ovest
Nulla fa pensare che davanti a noi ci sia terra. Eppure l'inquietudine della civiltà la avverti da lontano. Ma forse è solo il Gps che ci dà la matematica certezza che le Antille siano lì, davanti a noi a 400 miglia. Accanto ai desideri dello sbarco iniziamo a pensare anche a che cosa ci mancherà dell'Atlantico. Bepi dice che l'oceano è come l'alta quota: fai fatica a raggiungerla ma quando sulle nostre Alpi superi i 3.500 metri d'altitudine impari a vivere in quell'ambiente severo, ad apprezzarlo, a sentirlo tuo. "Io qui, dopo due settimane, comincio a stare bene" dice il nostro skipper alpinista. "Anche in alta quota sogni cibo e bevande fresche, ma appena sei a valle e hai mangiato e ben bevuto in un luogo sicuro, ripensi alla montagna, all'alta quota, e desideri tornarci". Ne sa qualcosa il nostro comandante Dabs che tutti gli anni fa questo lunghissimo viaggio da e verso i Caraibi: 8.000 chilometri in andata e 8.000 al ritorno, quattro mesi sempre per mare con il desiderio di casa, di terra, di civiltà. "Ma già poche settimane dopo l'arrivo inizi a pensare alla prossima traversata...".
Ci mancheranno le notti di guardia in pozzetto, così silenziose e solitarie con le onde che alzano dolcemente la nostra barca e l'aliseo che gonfia le vele e ti accarezza tiepido. Ci mancheranno i cieli stellati in cui la lucetta di via posta in testa d'albero danza confondendosi nel firmamento. Ci mancherà l'odore del mare che ti entra dentro e possiede il tuo corpo. Ci mancheranno i pesci volanti che con le loro buffe traiettorie sulle onde ci hanno tenuto compagnia per tutta la nostra navigazione. Ci mancherà la gioia di vedere un branco di delfini che, saltellando a pelo d'acqua, corre a nuotare per qualche istante sotto al nostro scafo. Ma ci mancherà anche il desiderio di terra, quel folle anelito di un luogo fermo su cui stendere le nostre membra, desiderio di amori e affetti lontani, del profumo delle piante.
5 dicembre - Vicini alla meta
14° 53' Nord 51° 00' Ovest
L'aliseo sembra averci presi in simpatia. Ormai soffia costante da est tra i 18 e i 23 nodi. Abbiamo fatto 180 miglia nelle ultime 24 ore e siamo ormai a 573 miglia dall'arrivo. Anche se mancano ancora circa 1.000 chilometri a Bequia, l'isola delle Grenadine dove prevediamo di atterrare, a bordo fioriscono previsioni e scommesse sulla data e sull'ora dell'arrivo. In verità tutto è ancora nelle mani del vento, ma i bookmakers accreditano come date possibili venerdì sera o sabato mattina. Arrivare nella notte potrebbe essere un problema perché sull'isola non c'è un porto e neppure un pontile, ma occorre ancorarsi in rada. Altro tormentone è la lista dei desideri post-sbarco: si va dall'overdose di birra ghiacciata all'indigestione di frutta, dalla telefonata senza limiti alla fidanzata alla forse banale ma agoniata prospettiva di trascorrere qualche ora in un mondo che non traballi.
4 dicembre - Sempre più oltre
14° 56' Nord 47° 53' Ovest
Pier è al settimo cielo: in un solo giorno festeggia 16 anni a suonare il basso (per l'occasione Anita riesce nell'impresa di cucinare una torta), riceve una telefonata da genitori e sorella e scopre che l'Inter è in testa al campionato (voci incontrollate diffuse a bordo davano invece i nerazzurri retrocessi in C1, gettando nello sconforto il povero Pier). Una delle cose belle del viaggiare nel mezzo del nulla oceanico è l'essere fuori dalla comunità mondiale: a bordo nessuno si preoccupa se ci siano state nuove guerre, crisi di governo o crolli in borsa. Il massimo della curiosità è "che tempo farà a Trento". E la risposta e’ sempre: freddo. L'unico che mantiene un labile cordone ombelicale via telefono satellitare è il primario che dal mezzo dell'Atlantico coordina il Servizio di salute mentale.
Oggi interessante discussione tra i ragazzi: Adriano, che ha uno spiccato gusto per la provocazione intellettuale (spesso arguta), parla di malati di mente. "Noi non siamo malati di mente" replica Chiara. "Abbiamo solo qualche problema" aggiunge Davide. "E allora perché prendiamo tutti questi farmaci?" replica Adriano. E aggiunge: "Chi ha il diabete o qualsiasi altra malattia ha una sofferenza nel fisico, noi come loro abbiamo una sofferenza, ma nell'anima".